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Testo per il catalogo "Ri-Connessioni"

Filippo Mollea Ceirano, 2024

Arvin Golrokh è nato a Teheran, in Iran, nel 1992, e lì ha vissuto e avviato la sua formazione artistica fino al 2012, anno in cui si è stabilmente trasferito in Italia, a Torino, dove, terminati gli studi di pittura presso l’Accademia Albertina, tuttora vive e lavora. La sua non è stata una fuga, un abbandono coatto, neppure un rifiuto, ma è piuttosto un’esplorazione, la ricerca di un confronto con realtà, visioni e approcci diversi. Ne è nata una visione originale, profonda, trasversale, che si condensa nella sua pittura dai caratteri molto personali e riconoscibili. Nelle sue opere, solitamente realizzate con la tecnica tradizionale dell’olio su tela o su tavola, si può cogliere fin dal primo impatto un’espressività emotiva fortemente vissuta, incentrata sulla sensibilità, volta a intercettare stati d’animo e sentimenti al di là dell’immagine e della rappresentazione. Gli oggetti, i soggetti, le figure, sono visibili, riconoscibili nelle loro forme, ma sempre attraverso uno sguardo che non concede al realismo altro che lo stretto indispensabile per evocare memorie e suggestioni; così si presentano al fruitore scomposte, riassemblate, richiamate per mezzo di dettagli o citazioni che richiedono una partecipazione emotiva, uno sforzo di comprensione e di avvicinamento. Richiedono soprattutto un tempo di riflessione, di decantazione, il desiderio di rendersi disponibili a entrare lentamente e progressivamente nella creazione dell’artista. È questo l’approccio attraverso cui Golrokh elabora, su molteplici piani, il confronto tra le esperienze vissute in Iran e quelle apprese vivendo, studiando e lavorando nel mondo occidentale. In fondo si può dire che il suo linguaggio derivi non tanto dalla ricerca di una sintesi tra i diversi modi in cui nel mondo contemporaneo due diversi modelli di società si esprimono e si rappresentano, ma piuttosto dal loro rifiuto, dalla loro negazione. Entrambi infatti hanno costruito e consolidato strutture, dinamiche e forme di organizzazione spesso assai distanti, basate su ideologie, valori etici, precetti morali in netta contrapposizione, ma sono accomunati dal fatto di tentare di imporre dall’alto una propria visione, di condizionare il modo di vivere, di pensare, di interpretare la realtà. Se infatti sono del tutto evidenti i ben più ampi margini di movimento consentiti all’interno delle “democrazie occidentali”, è altrettanto vero che anche in esse non è facile sfuggire all’imposizione dall’alto di una certa scala di valori, di un’attenzione imposta in modo sempre più pressante a un certo tipo di successo, di visibilità, di considerazione, di ritorno economico (per non dire commerciale). Sotto questi aspetti l’arte, nella nostra epoca, può tracciare la via per giungere a un approccio che si pone al di là di queste apparenti differenze, di queste contrapposizioni che hanno la loro ragion d’essere solo all’interno di limiti definiti e di campi circoscritti. È ciò che ricerca Golrokh attraverso le proprie opere, il cui intento è quello di sfidare ogni sorta di narrazione precostituita, di disfare le forme che si allineano ai rapporti gerarchici consolidati per rivendicare la possibilità e l'importanza di conservare una visione lucida e indipendente del mondo e della vita. A questo scopo attinge dalle intuizioni di maestri del passato e del presente, come Goya, Van Gogh, Bacon, Kiefer, per rimarcare attraverso le sue opere l’importanza di conservare tanto sulla storia, sugli eventi fondamentali e sulle personalità che sono state determinanti, quanto sulla realtà dell’epoca presente, uno sguardo critico cosciente, lucido e capace di affrontare sia le costrizioni manifestamente autoritarie sia i condizionamenti subdoli e penetranti. Nel modo in cui esplora tematiche come le dinamiche del potere e del controllo, la memoria, l'identità, crea dipinti capaci di rivendicare la verità storica e riattivare memorie sopite attraverso immagini in cui le forme dettate dalla visione che si vuole universalmente condivisa e accettata mostrano il loro ipocrita inganno. Le composizioni ispirate dal ricordo della propaganda di regime conosciuta in Iran, le raffigurazioni e le posture create per ispirare fiducia e accettazione nei confronti dell’autorità accentratrice, sono filtrate attraverso i linguaggi elaborati dalle esperienze delle avanguardie storiche della cultura occidentale per evidenziare i meccanismi di potere nella società contemporanea, invitando il pubblico a riflettere criticamente sul mondo che lo circonda.

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