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L'età degli esseri umani mutilati

Peyman Vahabzadeh, 2026

Gaza emerge con forza nella nostra epoca: è il luogo della resistenza di fronte a un genocidio in corso, trasmesso a pubblici globali sempre più indifferenti alla sofferenza altrui. Una prigione a cielo aperto governata da una brutalità indicibile, in cui i palestinesi di Gaza assistono quotidianamente al regno di una mutilazione e di una sparizione degli esseri umani ferocemente pianificata, calcolata e organizzata. Le persone sono ridotte a bersagli di arsenali tecnologicamente avanzati, di proporzioni inimmaginabili. Alcuni palestinesi vengono bombardati indiscriminatamente e scompaiono sotto le macerie senza lasciare traccia; altri vengono intenzionalmente colpiti da cecchini. La famiglia Malka si era rifugiata in un edificio quando un missile israeliano lo colpì nel novembre 2023. La famiglia “scomparve” finché i “resti”, come li definiscono i rapporti, di 55 suoi membri non furono recuperati tre anni dopo. Gli esseri umani prima spariscono, poi diventano “resti”. Una società in cui la sparizione violenta e intenzionale detta la sintassi del genocidio, e in cui traumi profondi e amputati che lottano rendono visibili le atrocità. Nel corso del genocidio, gli esseri umani mutilati e scomparsi diventano numeri in notizie prive di anima. Al di fuori della loro comunità, non vengono ricordati. Le parole non bastano a descrivere un assassinio così dilagante e indiscriminato come sintassi del dominio. I termini giuridici, genocidio, massacro, crimine di guerra, prendono il sopravvento, ma non riescono a registrare il trauma né a coprire l’esperienza terrificante. Le parole non guariscono le ferite.

Il missile cruise a triplo impatto, si dice guidato dall’intelligenza artificiale, sulla scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab nel primo giorno (28 febbraio 2026) dell’aggressione militare concertata tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha ucciso 156 bambini e personale. Il triplo impatto aveva un solo obiettivo: massimizzare le vittime. Punto. Costituisce chiaramente un crimine di guerra in un mondo in cui nessuna autorità può perseguirlo, se non l’assemblea internazionale degli assassini stessi. L’indignazione sui social media ha spinto l’esercito americano a “esaminare la questione”, stanno ancora “esaminando”, mentre alcuni gruppi per i diritti umani hanno rilasciato dichiarazioni. Delle giovani vite perdute quel giorno restano corpi recuperati solo in parti e membra, spesso identificati dai genitori devastati dagli abiti che avvolgevano quei corpicini gioiosi che quella mattina erano usciti di casa. I genitori di Ali Asghar Foruzanfar, 8 anni, hanno seppellito il suo corpo dilaniato tre volte, man mano che parti del suo corpo venivano gradualmente recuperate e identificate. Il loro figlio è nato una volta ma è stato sepolto tre volte. Chi può immaginarlo? Il corpo di Makan Nasiri, 7 anni, non è mai stato trovato. È scomparso per sempre.

Gaza indica la violenza coloniale dei coloni, genocida. Minab rappresenta i crimini di guerra imperialisti. La realtà vissuta dai minatori di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo mostra quanto la mutilazione e la sparizione dei corpi umani sia diventata routinaria nella nostra epoca. A Lubumbashi, Kipushi, Kolwezi e in altre città minerarie, uomini, donne e bambini nelle regioni ricche di cobalto del Congo svolgono un lavoro semi-schiavile in condizioni insopportabili. Scavando la terra in pozzi con strumenti rudimentali, persino a mani nude, letteralmente dall’alba al tramonto, sono circondati da milizie private e lasciati senza alcuna protezione contro le tossine ambientali e le mortali frane di terra e fango. È qui che il giovane Lubo, che aveva iniziato a lavorare nelle miniere di Tilwezembe dopo che suo padre Tshite si era rotto un braccio lavorando nelle stesse miniere, non è tornato a casa un giorno. Gli era stato ordinato di scavare un tunnel quando questo è crollato, uccidendo secondo le testimonianze almeno 40 bambini. Aggiunta alla loro povertà cronica e devastante, la morte, la malattia e la perdita degli arti di questi minatori, giovani e anziani, alimentano le auto elettriche e i telefoni cellulari che definiscono la civiltà capitalista globale del ventunesimo secolo. Senza alcuna prospettiva di miglioramento di queste condizioni, i minatori del Congo vivono solo per morire.

Gaza, Minab, le miniere di cobalto del Congo: tre luoghi che offrono uno sguardo sugli esseri umani del futuro, non come concetti astratti dei privilegiati campioni dell’umanesimo universale e delle rumorose ma impotenti industrie dei diritti umani, bensì come persone umane viventi e sofferenti. Intuitivamente, la frase precedente ha appena rivelato un’epifania, una verità: vivere per soffrire. Viviamo in un mondo che genera sofferenti. L’imposizione umana della sofferenza sugli esseri umani, e sulla natura, si è trasformata in una nuova norma. Assistiamo alla violenza della vita contro la vita, una violenza antica quanto l’umanità. Ma questa volta, la mutilazione e la sparizione dei corpi umani sono diventate la logica della supremazia tecnologica. A Gaza i corpi vengono mutilati e sepolti sotto le macerie; a Minab, distrutti, dispersi e vaporizzati; nelle miniere di cobalto del Congo, sottoposti a dolore prolungato e morte. Per semplicemente vivere, l’essere umano deve subire, prepararsi e accettare la sofferenza.

Quest’epoca ci confronta, un’epoca che si è formata nell’arco di almeno due secoli, con l’industrializzazione della produzione e della guerra. E ora quest’epoca ha raggiunto il suo apice, rivelando la sua essenza più intima. Viviamo in un mondo di corpi distrutti che si fondono, si mescolano, diventano indistinguibili. L’essere umano di quest’epoca, se in vita, è l’essere umano sfigurato che porta ferite aperte e cicatrici profonde nel corpo e nell’anima; se non più in vita, è una somiglianza sfigurata e distrutta di corpi umani. Il dolore profondo definisce la vera ma invisibile pandemia di quest’epoca, un’infezione che si diffonde rapidamente alle sensibilità emotive. Chi è in vita si unisce inevitabilmente alla crescente comunità dei sofferenti, unificata dai cittadini senza confini del mondo degli esseri umani smembrati, la cui carta d’identità sono gli arti fantasma e gli attacchi d’ansia. I morti appartengono alla vasta comunità di corpi senza nome, fusi e distrutti in fosse comuni o dimenticate. Scomparsi dalla sofferenza terrena, la loro è la comunità a cui i sofferenti in vita sono destinati.

In questa nuova epoca di sfigurazione tecnologicamente assistita degli esseri, il corpo umano non viene mai lasciato intatto: è il soggetto di un esercizio chirurgico del potere e dell’avidità, mentre i pochi privilegiati, con le dita sui lanciatori di munizioni e lo sguardo fisso su grafici di mercato manipolati, trasformano tutto in fonte di profitto attraverso la demolizione e la diminuzione della vita. La violenza, a quanto pare, è la gemella della vita.

In quest’epoca, la violenza non è più demoniaca ma ritualizzata, procedurale, attesa, ovvia. I perpetratori della violenza non ricordano le loro vittime. La prosopoagnosia caratterizza la violenza su scale massive, dilaganti e tecnologicamente assistite. I corpi mutilati svaniscono rapidamente dalla memoria; i corpi scomparsi non lasciano traccia.

La serie Bīčāragān di Arvin Golrokh cattura questa realtà. Le immagini presentano ciò che non può essere concettualizzato. La violenza della nostra epoca crea la fusione di corpi esplosi, corpi uniti insieme nell’aftermath dell’omicidio di massa, corpi sepolti sotto le macerie o inumati a pezzi. La fusione dei corpi mutilati e smembrati annuncia la fusione del corpo con la terra, al punto che essere umano e terra non sono più distinguibili. Dalla terra emerge un nuovo essere umano: mutilato, distrutto, fuso, interrato.

È allora che i ricordi dei cari perduti persistono e svaniscono allo stesso tempo. Colui che deve essere ricordato è segnato da un’assenza dolorosa che la memoria anela per sempre, ma questa memoria non riesce mai a localizzare con certezza il proprio caro. Il lutto non può essere ancorato a un luogo in cui il dolore e la perdita possano essere ritualizzati e alleviati. L’essere umano è un essere intrecciato a un mondo di relazioni, orizzonti e potenziali. Questo mondo è costruito sulla terra come suo nutrimento fondante. Eppure il mondo umano è distinto dalla terra. La fusione dei corpi mutilati e scomparsi con la terra pone fine alla mondanità umana, spingendo l’essere umano che era vivo verso le memorie agonizzanti di chi porta il lutto. La terra diventa il luogo del lutto, e ogni centimetro del sito percepito o reale della scomparsa si offre alla memoria che tenta disperatamente di tenere insieme ogni ricordo. Non si può però ricordare propriamente quando i corpi in lutto non possono essere raccolti, quando le sepolture diventano meramente ritualizzate, cerimoniali e astratte. La memoria svanisce, nonostante l’ostinazione dei piangenti, quando i corpi si fondono con la terra.

Settembre 2026

Note

Makan Nasiri, https://makanasiri.ir/

Siddarth Kara, Cobalt Red: How the Blood of the Congo Powers Our Lives, New York: St Martin’s Press, 2023, pp. 151–153.

“L’identificazione più dolorosa di un corpo a Minab”, Hamshahri Online, 31 agosto 2026.

“I team di Gaza recuperano i resti di 55 persone quasi 3 anni dopo l’attacco israeliano”, Al Jazeera, 5 settembre 2026.

Gaza stands out in our age: it is the site of resilience in face of continued genocide while it is broadcast to global publics that are growing increasingly indifferent to the suffering of others. An open prison governed by unutterable brutality, Palestinians in Gaza witness on the daily basis how fiendishly planned, calculated, and organized maiming and disappearing of humans reigns supreme. Persons are reduced to targets of unfathomable arrays of technologically advanced infernal weaponry. Some Palestinians are indiscriminately bombed and disappeared under the rubble without a trace, others intentionally sniped. The Malka family had sheltered in a building when an Israeli missile strike hit it in November 2023. The family disappeared until the remains, as reports call them, of 55 members of this family was recovered three years later. Humans are first disappeared and then they become remains. A society where violent, intentional disappearing dictates the syntax of genocide, and profound traumas and struggling amputees make the atrocities visible. In the course of genocide, maimed and disappeared humans become numbers in soulless news bits. Outside of their community, they are not remembered. Words fall short to describe such rampant and indiscriminate murder as the syntax of domination. Legal terms, genocide, massacre, war crime, take over, but they cannot register the trauma nor cover up the frightening experience. Words do not heal wounds.

The triple-tap cruise missile strike, reportedly AI-aided, on Shajareh Tayyebeh elementary school in Minab on the first day (28 February 2026) of concerted US-Israeli military aggression against Iran killed 156 children and staff. The triple-tap had only one objective: maximization of kill. Period. Clearly, it constitutes a war crime in a world in which no authority can prosecute it except the international assembly of murderers themselves. Social media outcry caused the US military to look into it, they are still looking, while some human rights groups issued statements. Of the young lives lost on that day bodies remain that were only recovered in parts and limbs, often identified by their devastated parents by the clothing that wrapped the jovial, little bodies that had left home that morning. The parents of 8-year-old Ali Asghar Foruzanfar buried his shattered body three times, as parts of his body were gradually recovered and identified. Their child was born once but buried thrice. Who can fathom that? The body of 7-year-old Makan Nasiri was never found. He disappeared forever.

Gaza indicates settler-colonial, genocidal violence. Minab represents imperialist war crimes. The lived reality of cobalt mine workers in the Democratic Republic of Congo shows how routinized the maiming and disappearing of human bodies has become in our age. In Lumumbashi, Kipushi, Kolwezi, and other mining towns, men, women, and children in cobalt-rich regions of DRC carry out semi-slave labour under unbearable conditions. Digging dirt in pits by elementary tools, even by bare hands, literally from dawn to dusk, they are surrounded by private militias and left without any protection against environmental toxins as well as deadly land and mud slides. This is where teenager Lubo who started working in mines in Tilwezembe after his father Tshite broke an arm while working at the mines did not return home one day. He was ordered to dig a tunnel when it collapsed, reportedly killing at least 40 children. Added to their staggering, chronic poverty, the death, illness, and loss of limbs of these miners, young and old, move electric cars and power mobile phones that define the twenty-first century global-capitalist civilization. With no relief of these conditions in sight, DRC miners live only to die.

Gaza, Minab, and DRC cobalt mines: three sites that provide a glance into future humans not as abstract concepts of privileged champions of universal humanism and garden-variety, loud but impotent, human rights industries but the living and suffering human persons. Intuitively, the previous sentence just revealed an epiphany, a truth: living to suffer. We live in a world that begets sufferers. Human imposition of suffering upon humans, and nature, has grown into a new norm. We witness violence of life against life, a violence as old as humanity. But this time, maiming and disappearing of human bodies has become the logic of technological supremacy. In Gaza bodies are maimed and buried under rubble; in Minab, shattered, scattered, and vaporized; in cobalt mines of DRC, subject to prolonged pain and death. To simply live, the human needs to undergo, prepare for, and accept suffering.

This age confronts us, an age that has been in the making for at least two centuries, with the industrialization of production and warfare. And now the age has reached its zenith, revealing its innermost essence. We live in a world of shattered bodies that are fused, merged, and indistinguishable. The human of this age, if living, is the disfigured human carrying open wounds and deep scars on body and soul, and if not, disfigured and shattered resemblance of human bodies. Deep grief defines the true but invisible pandemic of this age, a rapidly spreading infection to emotive sensibilities. The living inevitably joins the growing community of sufferers, unified by borderless, global denizens of the dismembered humans whose identity card is their phantom limbs and anxiety attacks. The departed belong to the vast community of nameless, fused, and shattered bodies in mass or forgotten graves. Having disappeared from earthly suffering, theirs remains the community to which the living sufferers are destined.

In this new age of technologically-aided disfiguration of beings, the human body is never left intact: it is the subject of surgical exercise of power and greed, as the privileged few, with their fingers on munition launchers and their gaze fixed on manipulated market charts, turn everything into a source of profit by demolition and diminution of life. Violence, it turns out, is life's twin.

In this age, violence is no longer demonic but ritualized, procedural, expected, matter-of-fact. The perpetrators of violence do not remember their victims. Prosopagnosia characterizes violence on massive, rampant, and technologically-aided scales. Maimed bodies vanish quickly from memory; disappeared bodies leave no trace.

Arvin Golrokh's Bicharegan Collection captures this reality. The images present what cannot be conceptualized. The violence of our age creates the fusion of exploded bodies, bodies joined together in the aftermath of mass murder, bodies either under rubble or buried in pieces. The fusion of the maimed and dismembered bodies heralds the fusion of body and earth such that human and earth are no longer distinguishable. From earth arises a new human: maimed, shattered, fused, earthed.

This is when memories of the lost loved ones simultaneously persists and fades. The one to be remembered is marked by a painful absence that memory forever longs, but this memory can never assuredly locate the loved one. Mourning cannot be pinned to a site where grief and loss can be ritualized and eased. Human is a being braided to a world of relationships, horizons, and potentials. This world is built upon earth as its nourishing ground. Still, human world is distinct from earth. The fusion of maimed and disappeared bodies with earth ends human worldliness, pushing the once-living human to the agonizing memories of the mourners. Earth becomes the site of mourning, and every inch of the perceived or real site of disappearing offers itself to the memory that desperately tries to hold all recollection together. However, one cannot properly re-collect when the mourned bodies cannot be collected, when burials become merely ritualized, ceremonial, and abstract. Memory fades, despite the obstinance of weeping mourners, when bodies are fused with earth.

September 2026

Sources

Makan Nasiri. https://makanasiri.ir/

Siddarth Kara, Cobalt Red: How the Blood of the Congo Powers Our Lives, New York: St Martin's Press, 2023, pp. 151-153.

The Most Painful Identification of a Body in Minab. Hamshahri Online, 31 August 2026.

Gaza Teams Recover Remains of 55 People Nearly 3 Years After Israeli Strike. Al Jazeera, 5 September 2026.

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